MotoNavigator
IT

Fase di lancio: Pro per tutti. Fino al 30 novembre 2026 c'è tutto - nessun dato di pagamento, niente che si rinnovi di nascosto.

Una condizione · Parte 9 di 10

Il boss finale e 707 chilometri verso casa

Vista dalla piattaforma panoramica poco sotto il passo sui tornanti della strada dello Stelvio, dietro montagne con residui di ghiacciaio tra fitte nuvole.

Cinque settimane su una moto tutta mia. Prima, diciotto anni senza un metro. Una naked. Lisa dietro. Bagagli. Fine estate.

E sono andato allo Stelvio.

Era domenica. Verso le dieci siamo partiti da Comano Terme, verso nord, e a mezzogiorno ci siamo fermati un’ora buona in Val Venosta. A Prato allo Stelvio comincia il versante di Prato del passo.

Col senno di poi è stata una tripla stupidaggine, ed elenco gli errori uno per uno perché ciascuno si poteva evitare. Primo: principiante. Secondo: con Lisa e i bagagli, quindi con un comportamento di guida completamente diverso da quello con cui avevo accumulato le mie poche settimane. Terzo: proprio il boss finale. In Europa non c’è quasi nessun passo che perdoni così poco i principianti: 48 tornanti numerati, e in ognuno traffico.

La strada in sé è un’opera di ingegneria davanti a cui ci si toglie il casco. Si impila in tornanti contro una parete che non vuole nessuna strada, di continuo, senza pause, fin su a 2.757 metri, un disegno di anelli che da lontano sembra uno schema elettrico e da vicino sembra lavoro. Ogni tornante è numerato, il che è psicologicamente crudele, perché già nel primo terzo sai quanti ne mancano.

Dal punto di vista della guida non era divertimento, ma mestiere al limite delle mie capacità. Prima marcia, a volte seconda. Gas costante, nessuno strappo. Sguardo lontano dentro il tornante e non sul precipizio. E per tutto il tempo la consapevolezza che una naked in prima a quindici chilometri orari in un tornante stretto, con meno angolo di sterzo di un’enduro da viaggio, con bagagli e una seconda persona sopra, è una struttura molto instabile.

E poi i van e i camper.

Quel giorno ho cominciato a odiarli. Lo descrivo con precisione perché era il comportamento più pericoloso di tutta la montagna e nessuno lo fa con cattiveria. Un camper entra nel tornante. Ne esce. E poi si ferma, non nel tornante, ma cinque metri dopo. Perché lì il panorama è bello. Perché qualcuno vuole una foto. Perché l’autista ci pensa un attimo. Quei cosi stanno stabili su quattro ruote, si fermano allegri subito dopo il tornante e non sanno neanche cosa combinano.

Fermarsi cinque metri dopo un tornante stretto vuol dire, su questa strada: per chi è ancora dentro il tornante sei invisibile. Lui gira l’angolo a sterzo pieno, in piega, al limite del diametro di sterzata, al limite dell’equilibrio, e poi davanti c’è un muro bianco. Una moto non è mai stabile. In un tornante meno che mai, e sotto un principiante a maggior ragione.

Tutti conosciamo i video in cui le moto, sul lato interno del tornante in salita, semplicemente cadono. Io, allora, non li conoscevo ancora.

Una volta, quel giorno, c’è mancato poco. Davvero poco.

Ero nel tornante, sterzo a fondo. Subito dopo la mia corsia era bloccata da uno che aveva «parcheggiato», e la moto era già troppo lenta per la piega in cui stava. Il punto in cui con la gamba si riesce ancora a tenerla era passato. Ha cominciato a cadere.

E poi è arrivato un solo pensiero, ed è stato l’unico che è arrivato: Gas.

Non un riflesso, non un caso, non un colpo di fortuna. Era l’unica cosa che mi è passata per la testa per stabilizzare, ed era giusta. Sapevo che la velocità porta stabilità. Non è una ricetta. Quel giorno, da principiante, ho preso la decisione giusta. Quando oggi vedo online i video di altri motociclisti su quei tornanti, sono orgoglioso di non essere caduto. È l’unica parte di questa storia di cui vado fiero.

Il prezzo di quel colpo di gas è che schizzi in avanti, e precisamente dove stai sterzando, cioè oltre la mezzeria, sulla corsia opposta. L’avevo controllata prima di dare gas, ed era libera. E quella è stata la fortuna: in quel momento non arrivava nessuno. Cinque secondi prima o dopo ne sarebbe uscita un’altra storia, e io non avrei potuto cambiare niente. La capacità era mia. La corsia opposta libera no.

Poco sotto il valico ci siamo concessi una pausa per riprendere fiato su un piazzale panoramico. Che da lì non ci fosse più nessun tornante fino in cima, non lo sapevamo.

Arrivati in cima: calca. Bancarelle di souvenir, chioschi di wurstel, centinaia di moto, ciclisti da corsa, pullman turistici, ricerca del parcheggio a passo d’uomo. Brutto come Rimini.

In cima non ci siamo fermati di nuovo. Nemmeno davanti ai negozi.

E a dire il vero per questo si sono sommate tre cose. L’adrenalina del tornante era ancora tutta negli avambracci. Poi uno scuotere la testa rabbioso e incredulo di fronte ai van e ai camper - gente che trasforma in una sosta fotografica una strada su cui si è appena lottato per il controllo, senza pensare un secondo a cosa sta uscendo dalla curva dietro di loro.

E terzo, del tutto a prescindere dalla giornata: non mi piacciono posti così. Non ho mai capito cosa si cerchi in un luogo che esiste solo perché ci vuole andare tanta gente, e dove poi si possono comprare adesivi, calamite da frigorifero e una salsiccia al triplo del prezzo. Quella non è una meta. È un negozio con vista.

Quindi dritti, e sull’altro versante subito giù: sul Passo Umbrail in Svizzera, a Santa Maria e Müstair, poi di nuovo in Italia, sul Passo di Resia in Austria, sul Fernpass fino a Füssen. Il settimo paese del viaggio è arrivato tardi ed è durato poco.

Fuga verso nord. Il pensiero, alla lettera: Per i prossimi dieci anni, per favore, non un’altra volta.

L’area di sosta

E qui comincia la parte in cui non sono solo un principiante, ma semplicemente l’idiota.

Verso le otto e mezza eravamo in autostrada vicino a Füssen, nel crepuscolo. In un angolo della testa un fronte di maltempo che arrivava da ovest e che volevo a ogni costo distanziare.

E da qualche parte per strada ho spento l’interfono.

L’impianto non si è guastato. L’ho spento io. Del tutto consapevolmente, con una motivazione che di per sé regge: il canale interfono consuma molta più batteria delle sole indicazioni di navigazione. La carica residua era poca, e mi serviva per le indicazioni: il primo giorno la batteria dell’interfono si era scaricata e non arrivava più nessuna indicazione. Così ho spento quello costoso e lasciato acceso quello economico.

È una scelta di risorse del tutto razionale, ed è il peggior errore di tutta la giornata.

Perché guarda cosa ho messo davvero in cima alle priorità. Avevo due canali e corrente per uno. Uno mi diceva dove andare. L’altro era l’unico interlocutore su quella moto che avrebbe potuto dirmi se dovevo ancora guidare. Ho tenuto la guida del percorso e spento il circuito di correzione. Mi sono salvato il navigatore e ho zittito la persona.

E siccome l’avevo fatto io, la conseguenza non l’ho notata. Un guasto fa rumore. Una decisione no. Ho semplicemente continuato, in pace, senza riscontri, e ho scambiato il silenzio per consenso.

Dopo un’ora e mezza buona di autostrada Lisa mi ha toccato la spalla.

E poi di nuovo. E poi in modo da escludere qualsiasi interpretazione: Esci. Prima area di sosta.

A quel punto era già buio.

Siamo usciti. Si è tolta il casco prima che la moto fosse ferma del tutto, e mi ha quasi urlato:

«Non vorrai mica davvero arrivare fino a casa, adesso?»

Ho detto: «Invece sì.»

Mi ha guardato, non ha aggiunto altro, ha attraversato il parcheggio, si è sdraiata al buio su una di quelle panchine di cemento accanto al bidone della spazzatura, con tutta l’attrezzatura addosso, il casco accanto, e ha detto:

«Non faccio un metro di più.»

E poi è rimasta lì sdraiata.

Io sono rimasto lì accanto, in piedi. Venti minuti. Due adulti in un’area di sosta in autostrada poco dopo le dieci, uno in piedi, una sdraiata, entrambi in abbigliamento da moto, in mezzo nemmeno una sillaba. Arrivavano auto, la gente scendeva, andava in bagno, tornava, e guardava. Nel modo in cui si guarda quando non si è sicuri di essere testimoni di qualcosa in cui bisognerebbe intervenire.

A un certo punto quegli sguardi le sono diventati più sgradevoli di me. Si è alzata, si è rimessa il casco, è risalita in sella e non ha detto una parola.

Da allora lo chiamo discretamente collaborativa. È la formula più educata che trovo, e non abbellisce niente: non è stata convinta. Si è arresa.

Poco dopo le dodici e mezza di notte siamo entrati a passo d’uomo nel cortile di casa.

Sono sceso e sono rimasto un minuto accanto alla moto, perché le gambe non rispondevano subito. Il boxer ticchettava raffreddandosi. Sopra di noi niente vento, niente maltempo, un cielo d’estate da catalogo. Il fronte da cui ero fuggito quella sera non è mai arrivato.

Ed è questo il prezzo vero che quel giorno ho pagato, e non è finito sul mio conto.

Era il nono giorno. La vacanza non era ancora finita. A inizio serata avremmo potuto fermarci da qualche parte in una pensione, farci la doccia, bere una birra, mangiare, avere la nostra ultima sera, e il mattino dopo tornare a casa riposati. Non c’era nessuna scadenza. Non c’era nessun motivo.

Le ho tolto quella sera. Non per necessità, ma perché ero stanco e per questo non mi accorgevo più di prendere decisioni. Nove giorni di fiducia, e l’ultimo giorno l’ho barattata con niente.

Era furiosa. A ragione.

Giorno 9 in numeri

VoceValore
PartenzaComano Terme (Trentino), verso le 10
Arrivoa casa in Franconia, arrivo poco dopo mezzanotte e mezza
Distanza707 km
Punto più altoPasso dello Stelvio, 2.757 m, versante di Prato con 48 tornanti numerati
Altri passiUmbrail, Passo di Resia, Fernpass
PaesiItalia, Svizzera, Austria, Germania
Sostepranzo in Val Venosta, piazzale panoramico poco sotto il valico, area di sosta in autostrada
Pernottamentonessuno, filato fino a casa

Foto e screenshot mostrano l’app con dati cartografici © contributori di OpenStreetMap, disponibili con licenza Open Database License.