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Una condizione · Parte 5 di 10

Una camera tra un'ora

Due caschi da moto e una lattina di bibita stanno su un muretto di cemento, dietro una spiaggia di sabbia quasi vuota e il mare nella luce del sole basso del mattino.

Dal traghetto, ad Ancona, non si cade. Si viene espulsi.

Le sei del mattino, rumore di motori, annuncio in due lingue, luce al neon sul ponte auto che ti informa di che aspetto hai. Qualche ora di sonno, il resto in dormiveglia tra il diesel della nave e un bambino che a un certo punto aveva qualcosa di importante da comunicare. Senza doccia da ventiquattr’ore. Sale in faccia, sale nei capelli, probabilmente sale anche nella giacca.

E poi, verso le sette, la prima cosa che vedi quando si apre il portellone: un porto industriale. Ancona ha un lato bello, ma alle sette di mattina non te lo mostra dalla rampa. Dalla rampa ti mostra container, gru, corsie dei camion, casotti della dogana e un flusso di traffico in cui una moto con due persone e bagagli è l’elemento più debole.

La prima decisione della giornata è stata perciò anche l’unica giusta: fuori.

Non cercare il caffè in porto. Non «un salto in centro storico». Fuori da quel mostro, sulla superstrada che lì corre parallela alla spiaggia verso nord, fuori dal corridoio di cemento, finché a destra c’è l’acqua e a sinistra non c’è più niente che voglia venderti qualcosa. Per due giorni avevamo visto questo mare dall’altra parte. Adesso era alla nostra destra.

Il traghetto per l’Italia era stata un’idea di Lisa. La spiaggia era mia. Vicino a Fano - una buona quarantina di chilometri, con qualche attraversamento di centro abitato in mezzo - ho cercato un’uscita, una qualsiasi, e sono sceso fino all’acqua. Ci siamo fermati sulla spiaggia, io ho bevuto un energy drink.

E poi ho visto l’hotel. Nel mio ricordo un bunker di cemento che aveva conosciuto tempi migliori. Nella foto non sembra affatto così brutto. In compenso, proprio sulla spiaggia: esci dall’ingresso e a meno di dieci metri c’è la sabbia. «Oh, un hotel, entro un attimo.»

Erano quasi le otto. Il check-in è alle quindici. Ovunque nel mondo.

Sono entrato lo stesso. Due motociclisti in tenuta completa, sudati, incrostati di sale, con la faccia di chi ha passato la notte sul ponte di un traghetto. Ho chiesto. L’uomo alla reception ci ha guardati per circa due secondi. Non parlava inglese, io non parlavo italiano. In qualche modo era comunque chiaro cosa intendesse: tra un’ora avremmo potuto avere una camera.

Nessuna maggiorazione. Nessun supplemento per il check-in anticipato. Nessun sopracciglio sollevato. Aveva deciso che due persone con quell’aspetto avevano bisogno di un bagno, e che una camera vuota di mattina non doveva restare vuota fino alle quindici.

Un’ora dopo avevamo la camera. Dentro l’edificio era bello e moderno. La doccia è stata la migliore della mia vita. Anche se dopo una notte sul ponte scoperto e sul pavimento, dopo il sudore in Croazia e l’aria salmastra, qualsiasi doccia è la migliore del mondo.

Poi: pisolino. Due ore, tapparelle abbassate, ventilatore acceso, il mare come sottofondo.

Nel pomeriggio, poi, la spiaggia. Era quasi vuota, occupata a occhio al dieci per cento. Quiete, dopo tanti chilometri e una notte così.

Non abbiamo fatto niente. Per cinque ore. Nessun programma, nessuna attrazione, nessuna foto di una chiesa. Siamo stati nell’acqua, siamo usciti, siamo stati sdraiati, abbiamo parlato, non abbiamo parlato, e a un certo punto il sole è tramontato.

È stato il giorno in cui il giro è diventato una vacanza.

Giorno 5 in numeri

VoceValore
Distanza42 km
Partenzaporto traghetti di Ancona
Arrivohotel sulla spiaggia vicino a Fano
Passi e quotanessuno, pianura costiera a livello del mare
PaesiItalia
Pernottamentohotel vicino a Fano, camera concordata sul posto

Foto e screenshot mostrano l’app con dati cartografici © contributori di OpenStreetMap, disponibili con licenza Open Database License.